Emanuela Bussolati

figurinaia


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A volte le belle esperienze ritornano

Il video è stato fatto a Cuneo, a “Scrittori in città”. Sto proponendo a un gruppo di genitori e bambini l’esperienza di affinare le proprie antenne relazionali. Come formiche che si passano informazioni, gli adulti e i bambini si mandano continuamente, anche senza rendersene conto, piccoli segnali. Lo sguardo che cerca lo sguardo dell’altro, la parola trattenuta, la schiena girata… Ce ne accorgiamo raramente, perché riteniamo più importante e immediato arrivare allo scopo che stiamo cercando. Ma se avessimo tutto il tempo di osservare, dall’esterno con sguardo-gatto, quel che succede, credo che impareremmo molto. Possiamo imparare, scegliendo una attività con il bambino, che coinvolge anche noi grandi: cucinare, mettere in ordine, curare le piante, preparare lo zainetto. Oppure aprire un libro che abbiamo fatto apposta per raccontare a loro piccoli qualcosa di noi grandi… scoprendo che forse non ci sono molte differenze ma c’è molto da condividere.

Nei prossimi giorni rifarò l’esperienza a Cuneo. Mi piace lavorare là, in contatto con persone sulla stessa lunghezza d’onda. Ma questa volta farò un pezzettino di strada in più. Mi riporta a esperienze fatte tanti anni fa e via via approfondite: se si riesce a valorizzare la specificità di ogni intelligenza, la si aiuta a sbocciare. Forse perché percepisco la mia come una vita bonsai, mi rende felice l’idea di far crescere la sensibilità dei “grandi” su quanto  spazio relazionale sia necessario ad ogni avventura umana.


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Anima

Sarà l’assenza dalla natura per tanti anni, sarà la pressione continua del lavoro ma quando ieri mattina, molto presto, mi sono incamminata verso la collina per assistere allo spettacolo che ho fotografato, ho sentito che la mia anima esisteva e respirava, finalmente. Se c’è una cosa che contraddistingue la campagna dalla città è la variazione continua: ogni giorno è una sorpresa. La città è una slot machine che assorbe denaro e te lo dà, dove tutto è possibile ma tutto è difficile.

Qualche mese fa, ho ascoltato un commentatore sportivo, arciere, (purtroppo non ricordo il nome) commentare una gara olimpionica di arco. Diceva che l’arciere in gara non aveva accompagnato con lo sguardo, fino al bersaglio, la sua freccia e quindi avrebbe sbagliato. Fu così. La sua riflessione mi colpì molto. Davvero la freccia “sentiva” la fiducia dell’arciere? Penso che sia vero. Nello scatto che ho inserito c’è tutta la mia estasi davanti allo spettacolo a cui assistevo. Ho accompagnato la macchina fotografica fino alla “pausa” dopo il click. Così come, quando ballo un tango, sono profondamente riconoscente al ballerino che mi permette di ballare, fermi, sospesi, anche l’ultima pausa della musica. Cosa rara: anima.


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Il giardino è anche un luogo di incontro

Bellissima l’idea di questo video disegnato dai ragazzi della scuola Testoni Fioravanti di Bologna!

Fa ragionare sul fatto che il giardino è anche un luogo che può, deve favorire incontri. Come una biblioteca. In un giardino si passeggia rilassati, godendo i colpi di scena della natura e la sorpresa degli altri. Si desidera condividere, cibo, scoperte competenze, parole.

Ci ha pensato chi mette le panchine in parallelo, invece che in cerchio o a gruppi?


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Premio Andersen a Tararì tararera

Piripù Bibi, con la sua voglia di diventare grande, di inventarsi la sua vita, di scoprirne i momenti piacevoli e… anche quelli rischiosi, con coraggio e curiosità, ha vinto il premio Andersen di quest’anno, con una motivazione che non saprei bene tradurre in lingua Piripù, dunque lui forse non capirebb, ma è questa qui.

Per essere quanto mai coinvolgente e godibile, di assoluta originalità.

Per essere un libro semplice e lineare frutto di un attento e colto progetto linguistico e grafico.

Per regalarci un implicito invito a far sì che piccoli lettori e adulti possano incontrarsi e stare felicemente insieme.

Ne sono molto contenta.

E qui ringrazio pubblicamente la commissione del premio Andersen, consegnando loro il premio Piripù per l’attenzione e l’apertura.

L’intento di questa storia e dell’uso di questo linguaggio era far riflettere i grandi sul fatto che senza passione e senza gioco, non si può trasmettere il piacere di esistere, il piacere di esprimersi e infine il piacere di leggere. Ma soprattutto le prime due cose, perché il piacere di leggere non è indispensabile alla vita, anche se la arricchisce molto. Invece esprimersi e apprezzare i momenti belli, questo sì è indispensabile.

Quando pensai a Tararì tararera, mi dissi che era impossibile che qualcuno lo pubblicasse. E infatti, ai miei primi tentativi, ricevetti dei ni e dei no. Per essere tranquilla, mi confrontai con Antonio Panella, sensibile attore di teatro e animatore di tante letture con “antenne tese” verso i bambini. A lui devo il fatto di non essermi scoraggiata e la decisione, nel caso di ulteriori no, di autoprodurmelo.

Premio Piripù per il generoso incoraggiamento ad Antonio Panella e alla sua famiglia, Giulietta prima di tutti.

Ma Piripù, zampettando per la fiera di Bologna, trovò in Carthusia la sua possibilità di pubblicazione.

Premio Piripù per il coraggio a Patrizia Zerbi.

Mi arrivarono diverse mail in lingua piripù e la bellissima registrazione di Anna e Marco, che potete trovare poche pagine più indietro, in questo blog. Piripù saltellava e correva, Oh, zifulì, oh! Cichitì!

E poi la ricerca sul campo di Marina Cinieri, pubblicata su Andersen. Qualcosa che non avrei osato sperare.

Premio Piripù per la Ricerca a Marina Cinieri.

Malgrado il mio desiderio di linguaggio transculturale, mi ero resa conto che la lingua piripù era un gram-lo italianeggiante. Ma il gioco della lettura in piripù no. Quello è assolutamente trasversale. E vedere bambini di ogni provenienza rimanere in sospeso al “Mé mimia”, ridere come pazzi al “Pum pum patàm patapàm…stò!” e dondolarsi al “Nena nina, nina nena…” è per me una grande gioia.

Ma prima della ricerca di Marina Cinieri, non sapevo che la mia intuizione era dimostrabile “scientificamente”.

Disegnare un piripù è facilissimo. Bisogna imparare però a strappare. Strana cosa, i bambini, che piccolissimi sanno strappare molto bene, tanto più sono grandi, tanto più si trovano impacciati. Allora è vero che si nasce competenti e via via si selezionano le competenze, trattenendo solo quelle più immediatamente utili?

Comunque sia i Piripù vengono sempre bellissimi e appartengono naturalmente a un mondo pieno di colori e di differenze, che impareranno a gestire nel paese dei Piripù. Intanto però, qui, nel nostro mondo, i bambini che imparano a gestire la propria unicità e quella degli altri,  si trasformano. Davvero! Ampliano il respiro, distendono il viso, fanno brillare gli occhi, acquistano centimetri, crescono. Come Piripù Bibi. Se sapessero quanto è utile e importante questa competenza, crescendo non la lascerebbero mai più da parte.


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Forza di volontà

Non so noi adulti sapremmo resistere come questi bambini ma l’esperimento sarebbe interessante…

Penso che se avessero ricevuto l’invito di non accendere la consolle dei giochi, ben pochi avrebbero superato la prova!

Quanto alle “momme” italiane che guardano questo filmato… chi resisterebbe ad offrire subito un altro schifosissimo marshmallow a questi coraggiosi bambini?


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Milano film festival

Ottime iniziative di Milano film festival: far circolare i film sulle problematiche dell’ambiente e proiettare i film di Olmi, tra cui I segreti del bosco vecchio e Terra madre.

Sono certa che questi semi germineranno!

I link:

http://www.milanofilmfestival.it/2009/programmapersezioni/planetaria.php#pro

http://www.milanofilmfestival.it/2009/programmapersezioni/tuttoolmi/programma_olmi.php


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Il mio primo Opinel

Il mio primo Opinel

La bellezza di un attrezzo di lavoro è fatta di quelle lievi deformazioni che sposano una mano e il suo modo di lavorare.  Puoi innamorarti di una forma e di una funzione ma realmente lo strumento sarà tuo, quando subirà la consunzione d’amore: quel logoramento naturale che viene da un tale legame con questo oggetto, da sceglierlo e preferirlo per i lavori più accurati, sempre, rispetto ad altri.

Il mio primo Opinel è stato un doppio innamoramento: per la forma che aveva la lama, per le linee bionde del manico, per l’anello che ruotava… e anche per la responsabilità che comportava e  mi faceva sentire grande. Avevo 12 anni e mi piaceva sfidare la mia paura nel bosco di notte, in cerca di legna secca per alimentare il fuoco di bivacco del gruppo scout a cui appartenevo. Il coltellino, un semplice n. 8 era in tasca ma mi dava sicurezza. Lo usavo la mattina, per scolpire personaggi nei rami più curiosi. Poi per tagliare il pane e i pomodori. Poi per scavare i fossatelli intorno alla tenda… senza molte domande intorno all’igiene o alla resistenza della lama.

Così cominciarono ad apparire sul manico dei graffi e qualche piccolo dente sulla affilatura. Tanti segni, tanti piccoli ricordi. L’affezione cresceva tanto più quanto più il coltello era segnato, perché era sempre il migliore per quello che volevo fare. Io mi adattavo a lui, lui a me.

E’ l’Opinel con il quale ho tagliato i rami di nocciolo per i miei archi, lo gnomone delle mie meridiane, il cartone delle scatole obscure, le asticelle degli aquiloni. Infine ho fatto la punta alle mie matite colorate e adesso è nella scatola delle matite, un po’ trascurato come loro, in epoca di illustrazioni con Photoshop.

Lo prendo in mano e sento “quel” peso. Annuso “quell’odore”. Restituisco all’oggetto le incisioni dei miei ricordi. E’ il mio primo Opinel.  Ormai diverso da qualsiasi altro Opinel.

Se mi serve un coltello in giardino, vado a prenderlo, nella scatola delle matite colorate.