Emanuela Bussolati

figurinaia


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una "mola" per imparare il mondo

Sta per partire da Milano Pedro Sanchez, un designer e un amico, conosciuto diversi anni fa, poi perso, poi ritrovato, come spesso succede nei percorsi labirintici della vita. E’ un narratore appassionato della civiltà Kuna, una etnia colombiana consapevole del fatto che la forza sta nella bellezza e nella comunità. Ne sa raccontare i miti, i modi di vedere, il lavoro. I suoi laboratori con i bambini e con gli adulti sono un tesoro di carte colorate, leggende, rigore, fantasia. Dal seme-parola di un popolo-radice, esce l’albero del molteplice, l’albero del bene e del male, la ricchezza dei contrasti e della varietà, del silenzio e dell’armonia, del colore e del nero. Ogni volta che trovo punti di contatto tra i pensieri-vento che provengono da tutte le parti del mondo, sento un brivido di stupore e di sorpresa: davvero siamo tutti fatti dello stesso tessuto eppure non sempre si può restare, non sempre si trova spazio, ascolto, eco.

Mi auguro che le toppe colorate della Terra possano trovare chi, come Pedro, cuce pazientemente con ago e filo attraverso il mondo, per confezionare un arazzo arlecchino che tutti possano comprendere e ammirare.

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Premio Andersen a Tararì tararera

Piripù Bibi, con la sua voglia di diventare grande, di inventarsi la sua vita, di scoprirne i momenti piacevoli e… anche quelli rischiosi, con coraggio e curiosità, ha vinto il premio Andersen di quest’anno, con una motivazione che non saprei bene tradurre in lingua Piripù, dunque lui forse non capirebb, ma è questa qui.

Per essere quanto mai coinvolgente e godibile, di assoluta originalità.

Per essere un libro semplice e lineare frutto di un attento e colto progetto linguistico e grafico.

Per regalarci un implicito invito a far sì che piccoli lettori e adulti possano incontrarsi e stare felicemente insieme.

Ne sono molto contenta.

E qui ringrazio pubblicamente la commissione del premio Andersen, consegnando loro il premio Piripù per l’attenzione e l’apertura.

L’intento di questa storia e dell’uso di questo linguaggio era far riflettere i grandi sul fatto che senza passione e senza gioco, non si può trasmettere il piacere di esistere, il piacere di esprimersi e infine il piacere di leggere. Ma soprattutto le prime due cose, perché il piacere di leggere non è indispensabile alla vita, anche se la arricchisce molto. Invece esprimersi e apprezzare i momenti belli, questo sì è indispensabile.

Quando pensai a Tararì tararera, mi dissi che era impossibile che qualcuno lo pubblicasse. E infatti, ai miei primi tentativi, ricevetti dei ni e dei no. Per essere tranquilla, mi confrontai con Antonio Panella, sensibile attore di teatro e animatore di tante letture con “antenne tese” verso i bambini. A lui devo il fatto di non essermi scoraggiata e la decisione, nel caso di ulteriori no, di autoprodurmelo.

Premio Piripù per il generoso incoraggiamento ad Antonio Panella e alla sua famiglia, Giulietta prima di tutti.

Ma Piripù, zampettando per la fiera di Bologna, trovò in Carthusia la sua possibilità di pubblicazione.

Premio Piripù per il coraggio a Patrizia Zerbi.

Mi arrivarono diverse mail in lingua piripù e la bellissima registrazione di Anna e Marco, che potete trovare poche pagine più indietro, in questo blog. Piripù saltellava e correva, Oh, zifulì, oh! Cichitì!

E poi la ricerca sul campo di Marina Cinieri, pubblicata su Andersen. Qualcosa che non avrei osato sperare.

Premio Piripù per la Ricerca a Marina Cinieri.

Malgrado il mio desiderio di linguaggio transculturale, mi ero resa conto che la lingua piripù era un gram-lo italianeggiante. Ma il gioco della lettura in piripù no. Quello è assolutamente trasversale. E vedere bambini di ogni provenienza rimanere in sospeso al “Mé mimia”, ridere come pazzi al “Pum pum patàm patapàm…stò!” e dondolarsi al “Nena nina, nina nena…” è per me una grande gioia.

Ma prima della ricerca di Marina Cinieri, non sapevo che la mia intuizione era dimostrabile “scientificamente”.

Disegnare un piripù è facilissimo. Bisogna imparare però a strappare. Strana cosa, i bambini, che piccolissimi sanno strappare molto bene, tanto più sono grandi, tanto più si trovano impacciati. Allora è vero che si nasce competenti e via via si selezionano le competenze, trattenendo solo quelle più immediatamente utili?

Comunque sia i Piripù vengono sempre bellissimi e appartengono naturalmente a un mondo pieno di colori e di differenze, che impareranno a gestire nel paese dei Piripù. Intanto però, qui, nel nostro mondo, i bambini che imparano a gestire la propria unicità e quella degli altri,  si trasformano. Davvero! Ampliano il respiro, distendono il viso, fanno brillare gli occhi, acquistano centimetri, crescono. Come Piripù Bibi. Se sapessero quanto è utile e importante questa competenza, crescendo non la lascerebbero mai più da parte.


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Storia di una figurinaia

illustrazione per "La notte della cometa sbagliata" Beatrice Masini, Einaudi ragazzi

illustrazione per "La notte della cometa sbagliata" Beatrice Masini, Einaudi ragazzi

Che cosa è una figurinaia? Una persona che racconta con le figure, mi dicevo, ed è per questo che mi sono sempre definita così, privilegiando l’aspetto narrativo e artigianale della illustrazione. Negli anni ottanta una bellissima mostra al Louvre definiva i NON-confini tra gli artisti e gli artigiani: mi rimase impresso un grembiule azzurro infinitamente rammendato con cotoni di tutte le sfumature dell’azzurro. Splendido. Che volesse o no, la rammendatrice paziente aveva creato un’opera irripetibile. E raccontato una vita altrettanto unica.

Alla ricerca della parola “figurinaia” sono capitata sul racconto della vita di una figurinaia vera e ho scoperto che i figurinai sono gli artigiani che modellano o scolpiscono le figure dei presepi. Questa cosa mi piace molto: anche i presepi raccontano e raccontano. Basta leggere “Il presepe popolare napoletano” di Roberto De Simone, pubblicato da Einaudi, o “Razzullo e la Sibilla” di Claudio Canzanella pubblicato da La stamperia del Valentino, per conoscere la ricchezza di storie  di ogni messa in scena natalizia.

La figurinaia in questione era di Albisola. La storia la racconta Alexander Màscàl. C’è tutta la dedizione di un lavoro modesto ma vissuto sacralmente e cioè dando importanza a ogni gesto, a ogni significato. C’è tutto il desiderio di trasmettere antichi saperi raccontandoli come fiabe ai giovani.

Ogni anno a Savona, durante la Festa di Santa Lucia, il 13 dicembre, un’anziana Figurinaia si recava alla fiera a vendere le sue statuine di terracotta e a tutti raccontava la storia di Gelindo e Gelinda, i primi due pastori giunti alla grotta di Betlemme portando con sé i doni per Maria e Giuseppe: una pollastrella per farne caldo cibo e le fasce per avvolgere il Bambinello.
La simpatica vecchietta aveva un suo modo personale nel disporre le statue del presepe e a tutti diceva: “Gelindo e Gelindo, marito e moglie devono essere messi davanti a tutti e accanto alla grotta deve esserci Matteo, cognato di Gelindo, che suona il piffero”.
Secondo la sua narrazione, Matteo incontrò la sorella ed il cognato di ritorno dalla Sacra
Grotta e li vide talmente felici da avere il desiderio di andare anche lui a rendere omaggio al Santo Bambino, rammaricandosi però di essere talmente povero da non avere altro da portargli che la sua musica.
Con l’unico dono di cui disponeva si recò alla Grotta dove suonò per Loro “Tu scendi dalle stelle” e tanto fu bella quella musica che Gesù si voltò a guardarlo sorridendo.
La donna prosegue con la disposizione delle altre statuine: “Poi dovete mettere U’Zéunn e A’Zéunna che sono marito e moglie, gli eterni freddolosi avvolti nella lunga mantellina. Poi ponete la lavandaia, Bartolomeo, il pastore con la moglie, le due donne che portano fascine alla fornace di ceramiche e due soldati.
Più distanti dovete mettere i Re Magi, quello nero per ultimo, perché essendo un pagano si è perso per strada”.

Nel libro “La notte della cometa sbagliata” che ho illustrato per Beatrice Masini, mi sono trovata immersa in questo lavoro di figurinaia. E’ uno dei miei lavori che ricordo con maggiore piacere.


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Tappi

TAPPI

incisione a fuoco su superficie curva

Lo so che non è il tappo, né la bottiglia che interessano a tavola… Ma la tentazione di tenere questi tappi è stata grande. Sempre sono affascinata da ciò che indica “cura”, capacità progettuale, amore per la bellezza: tre elementi che danno sempre piccole o grandi esperienze di armonia.

Comincio dall’amore per la bellezza. Probabilmente se mi commissionassero il disegno da stampare su dei tappi da bottiglia, rimarrei perplessa. In effetti il tappo non si vede, se non quando si beve il vino. Nessuna vetrina dunque al proprio “ego”. Ma se penso alla sorpresa incuriosita e divertita con cui ho vissuto l’emergere di questi tappi dal collo della bottiglia, allora mi dico che accetterei con entusiasmo, perché è questo l’effetto della bellezza: suscitare sentimenti che fanno stare bene.

Capacità progettuale. Il sughero è un materiale stupendo, a partire dalla sua origine. La quercia da sughero è già un’esperienza estetica in sé, quando la vedi rossa e scortecciata, le radici nella  paglia gialla del campo, la sua bella impalcatura verde nel blu del cielo e le sue ombre ocra e viola sui sassi dei muretti. E’ un materiale piacevole da tenere in mano, caldo, riciclabile, scolpibile, stampabile a fuoco. E chi ha voluto questi tappi deve avere pensato a queste qualità, sapendo che il sughero non si deforma e quindi non deforma le immagini. quanto poi a stampare il tappo e a farne percepire l’immagine, curvo e piccolo come è… ecco un bel tema di arte applicata e cioè di design.

L’illustrazione per i libri è arte applicata. Ci siamo.

Cura. Una buona bottiglia si presenta con una etichetta elegante e ben disegnata. Il vino che lo stampatore Lucini dona “squisitamente” ai suoi amici, veste etichette di grandi artisti, l’ultima, bellissima, di Guido Scarabottolo. E’ logico che sull’etichetta, biglietto di presentazione del vino, si concentri l’attenzione di chi lo produce o lo dona.

Ma il disegno sul tappo? Questo è proprio indizio di grande cura, il regalino in più, il sorriso strappato, il segno di affetto verso sconosciuti: un dono gratuito.

Questo è quello che voglio e cerco di mettere sempre nelle illustrazioni.